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Lana, cashmere, pelle: cosa dice davvero l'etichetta (e cosa no)
Su una piattaforma multibrand capita di trovare fianco a fianco capi di decine di marchi diversi, con materiali, fasce di prezzo e sconti molto diversi tra loro. In un contesto così ampio, l'etichetta di composizione diventa lo strumento più utile per orientarsi: non è un dettaglio da esperti di moda, ma un'informazione regolata per legge che permette di confrontare capi simili in modo oggettivo, invece di fidarsi solo del nome del materiale scritto sulla scheda prodotto.
Perché conviene leggere l'etichetta quando si sceglie tra tanti brand
Quando si naviga tra cataloghi ampi come quello di YOOX, che raccoglie capi di brand diversi con prezzi e sconti che cambiano da un marchio all'altro, la descrizione commerciale di un prodotto spesso cita solo il materiale più nobile presente, senza indicarne la percentuale reale.
È qui che l'etichetta di composizione fa la differenza: due maglioni entrambi descritti come "in cashmere" possono avere quantità molto diverse di fibra pregiata, e il prezzo, sconto compreso, di solito lo riflette. Prima di confrontare gli sconti YOOX raccolti nella pagina di Discoup dedicata al sito, vale quindi la pena sapere cosa cercare nella scheda di ogni prodotto.
Lana e cashmere: come si leggono le percentuali in etichetta
In Europa la composizione dei prodotti tessili è regolata dal Regolamento UE 1007/2011, in vigore dall'8 maggio 2012: ogni capo deve indicare le fibre tessili con la denominazione ufficiale e la percentuale in peso, in ordine decrescente.
Il cashmere rientra, insieme a mohair, angora e alpaca, nella categoria dei "peli" animali pregiati, distinta dalla lana comune. Un capo "70% lana, 30% poliammide" non è quindi "di lana" in senso stretto, anche se la descrizione commerciale può suggerirlo: la percentuale reale è sempre in etichetta, non nel titolo dell'annuncio.
Perché "100% cashmere" non è un'espressione da usare a caso
Il regolamento europeo riserva i termini "100%", "puro" o "tutto" ai prodotti composti da un'unica fibra: un capo che li usa deve contenere davvero solo quella fibra, senza percentuali di altri materiali, nemmeno minime.
Allo stesso modo, diciture come "lana vergine" sono ammesse solo per lana che non ha mai fatto parte di un altro prodotto finito in precedenza.
Riconoscere queste differenze aiuta a capire quando un'etichetta sta descrivendo un capo davvero pregiato, e quando invece si limita a citare un materiale presente solo in minima parte.
Pelle, cuoio, pelliccia: cosa dice la legge italiana
In Italia l'uso dei termini pelle e cuoio è riservato per legge (oggi disciplinato dal D.Lgs. 68/2020, che ha aggiornato la normativa precedente) a prodotti ottenuti da spoglie animali lavorate in modo da conservarne la struttura naturale delle fibre, con uno strato di rivestimento entro spessori definiti.
Materiali diversi, come quelli rigenerati da fibre di pelle o le alternative sintetiche, non possono usare questi termini senza le specifiche corrette, per esempio "rigenerato di fibre di cuoio". Su un capo tessile con dettagli in pelle, l'etichetta deve inoltre riportare la dicitura "contiene parti non tessili di origine animale".
Come usare l'etichetta per riconoscere davvero la qualità
Con queste poche informazioni, sfogliare un catalogo ampio diventa un esercizio più consapevole: basta aprire la scheda di composizione di un capo, controllare le percentuali indicate e verificare che il nome del materiale citato nel titolo corrisponda a quanto dichiarato per legge. È un controllo che richiede pochi secondi, ma che permette di distinguere un capo di qualità reale da uno che usa un materiale pregiato solo come dettaglio marginale, indipendentemente dallo sconto applicato.